A qualcuno piace artigianale

da | 11 Ago 2020 | Interviste | 0 commenti

Foto © Joseph Caruso

Da farmacista a creatrice di fragranze, Beatrice Baccon racconta il suo percorso nel mondo del profumo.

Beatrice Baccon è socia di Orablu da quando, nel 2014, decise di seguire i corsi di profumeria di Smell Atelier raggiungendo Bologna da Chiomonte in provincia di Torino. Era una studentessa di Tecniche erboristiche dalle idee già molto chiare: voleva diventare una creatrice di fragranze. Le persone come lei, con l’aria da prima della classe, corrono il serio rischio di risultare antipatiche. Ma Beatrice è sempre riuscita a stemperare il suo acume con una buona dose di autoironia. Impossibile non amarla.

In poco tempo è diventata per me una giovane collega con cui potevo confrontarmi non solo su aspetti legati alla materia che trattiamo, ma anche sulle questioni organizzative. Per molti anni è stata una colonna dello Smell Festival, conducendo workshop, firmando articoli per il nostro sito e prodigandosi per la buona riuscita della rassegna. Ha inoltre tenuto alcuni corsi per Smell Atelier. Nel frattempo si era iscritta alla facoltà di Farmacia e nel 2017 ha conseguito la laurea Magistrale con una tesi pratica sul processo di creazione delle fragranze. In questo periodo è iniziata la sua attività di apprendista presso il laboratorio del profumiere svizzero Giovanni Sammarco che le ha poi prodotto la sua prima fragranza: Yael. A questo punto aveva tutte le carte in regola per essere ammessa alla prestigiosa scuola per profumieri di Versailles: l’ISIPCA a cui attingono le multinazionali del profumo per assicurarsi il ricambio generazionale. Entrare in questa scuola era sempre stato il suo sogno. Ma poi Beatrice ha scelto di cambiare rotta.

 Per quale ragione hai deciso di non iscriverti all’ISIPCA?
Iniziamo con un domandone! È stata una scelta travagliata: nel corso dell’ultimo anno a Farmacia ho avuto modo di confrontarmi con diversi professionisti del settore profumeria e mi sono resa conto che esistono pareri contrapposti; per alcuni l’ISIPCA è fondamentale, da altri è considerato un titolo che apre sì delle porte, ma dà poco in termini di conoscenza delle materie prime e di tutto il meraviglioso mondo che le circonda. Durante queste lunghe chiacchierate ho appurato che un consistente numero di profumieri oggi attivi non hanno frequentato questa scuola. Non saprò mai quale sia la verità. Se da un lato sarebbe stata una sfida personale passare il test d’ingresso, dall’altro mi sono resa conto che il modo migliore per imparare un mestiere è seguire passo a passo chi quel mestiere lo fa.
È proprio durante uno dei primi Smell Festival a cui ho partecipato che ho incontrato Giovanni Sammarco, divenuto poi il mio maestro. Durante il periodo che ho passato nei suoi laboratori ho avuto modo di affinare lo studio delle materie prime e mettere in pratica tutte le tecniche e le conoscenze che avevo appreso da poco più che autodidatta. Gli sarò sempre infinitamente grata. Trascorsi alcuni anni sono convinta della scelta fatta: ho avuto modo di seguire gli ultimi progetti a cui ho lavorato in tutte le fasi della creazione e della commercializzazione; dalla realizzazione della fragranza, alla scelta del packaging, al canale di vendita, all’aspetto normativo di cui mi sono occupata totalmente. È un’emozione unica prendersi cura di un progetto in tutte le sue forme e vederlo nascere e svilupparsi, piuttosto che “limitarsi” a formulare il profumo.

Con Yael volevo ricreare il bacio in tutte le forme in cui possiamo pensarlo.

 In Yael, la tua prima fragranza, è protagonista la rosa. Pensi che ti rispecchi? Vuoi parlarci di come è nato il profumo?

Il momento in cui Yael è stato pensato è uno dei miei ricordi più cari. Ero in Svizzera e stavo terminando il periodo di formazione da Giovanni; eravamo in treno insieme, stavamo chiacchierando. Fuori dal finestrino il tipico paesaggio che ci si immagina quando si pensa alla Svizzera in estate: prati verdissimi, mucche al pascolo, rotoballe di fieno, case in legno con balconi colmi di fiori, le montagne in lontananza. Dal nulla Giovanni mi chiede se avessi pensato a come fare il mio primo profumo. Ovviamente la risposta girava nei miei pensieri da settimane: volevo ricreare un bacio, anzi IL BACIO, in tutte le forme in cui possiamo pensarlo; dal bacio tenero della mamma al suo bambino, al bacio appassionato fra due innamorati, a un galante baciamano. Volevo che, a qualsiasi bacio o modo di baciare pensasse, chi annusava il mio profumo lo sentisse.

Ho iniziato a raccontare a Giovanni le materie prime che avrei voluto usare per ricreare queste sensazioni e lui mi ha consigliato di scriverle; non avendo fogli a disposizione le ho annotate sul biglietto del treno. Conservo ancora quel biglietto. Senza dubbio Yael mi rispecchia; è stata in realtà una creazione molto rapida, non ho apportato grosse modifiche alla formula iniziale. La prima volta che l’ho sentito mi sono stupita di quanto il suo odore si riconducesse a me e al mio modo di essere. Yael rispecchia in maniera incredibile i due aspetti contrapposti che da sempre mi contraddistinguono: da una parte l’animo creativo, un po’ nomade, non sempre così preciso e diligente; dall’altra la parte psycho del burocrate, attenta nel minimo dettaglio all’aspetto normativo e legislativo di ogni prodotto che formulo e di ogni nuova idea a cui mi approccio.

I nomi MEL e L’EIGO sono in patois, l’antica lingua delle nostre vallate.

 Hai poi realizzato una linea di fragranze per il marchio di gioielli Jamais Sans Toi. Come è nata la collaborazione?

Valentina e Camilla, le anime creative che stanno dietro al marchio Jamais Sans Toi, sono mie compaesane. Dal punto di vista professionale le ho incontrate per la prima volta quando stavo seguendo la realizzazione di una linea di merchandising profumato. Qualche anno dopo ho incontrato Valentina a una festa della lavanda e mi ha confessato che lei e sua sorella non avevano mai avuto gli stessi gusti olfattivi, ma che Yael era piaciuto a entrambe e avevano più volte valutato l’idea di creare un profumo a corollario delle loro linee di gioielli in ceramica. Ci siamo riviste poco dopo, nel loro laboratorio di Torino e abbiamo messo le basi per questa collaborazione.

 Come hai concepito i due profumi e come sono stati accolti dal pubblico?

Mel e L’Eigo sono molto diversi tra loro, ma entrambi parlano della Val di Susa e delle montagne che tutte e tre portiamo nel cuore. I nomi sono in patois, l’antica lingua delle nostre vallate e significano rispettivamente Miele e L’acqua. Mel è caldo e sensuale. Me lo immagino indossato in un tardo pomeriggio autunnale, con l’odore delle foglie gialle che si unisce a quello della nebbiolina; l’aria umida, una morbida sciarpa a coprire la bocca e le spalle. Le note principali sono il miele e il basilico, scaldate dal legno di sandalo e dalla mirra, con un pizzico di pepe nero. Rappresenta i colori caldi, il giallo, il calore di un muretto a secco in una giornata che volge al termine.

L’Eigo è fresco e brioso. È l’aria pungente e profumata delle mattine di sole di primavera. Le note sono le roses molecules, lo ylang ylang e i sentori metallici, ravvivati da zenzero e pepe rosa. È un profumo molto moderno, sia nella composizione finale che dal punto di vista delle materie prime utilizzate e della struttura.
Lo scorso anno abbiamo portato i profumi a Premiere Classe, la fiera della settimana della moda di Parigi e poi a Paratissima, la fiera di arte contemporanea di Torino. Hanno riscosso un ottimo successo. Sono profumi particolari, ma allo stesso tempo assolutamente portabili nel quotidiano. Questo sarebbe stato l’anno del debutto alle fiere di settore; ci ripenseremo dal prossimo.

Beatrice Baccon a Smell Festival © Joseph Caruso

Smell Atelier mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con professionisti del “settore olfatto” che arrivano da ogni ambito.

Se guardi all’orizzonte che cosa vedi?

Il grande sogno resta una linea di fragranze mia, a nome mio. Ho realizzato e ho in programma diversi progetti per terzi, ma sarebbe una soddisfazione incredibile realizzare una cosa solo mia, a partire dalle emozioni che vorrei trasmettere con le fragranze, per arrivare al packaging. Ci sto lavorando. Poi vorrei continuare a fare formazione: credo fortemente nell’educazione olfattiva, non sono gelosa di quel che so e sono convinta che ogni workshop, corso o conferenza che tengo, offra degli scambi di idee e degli spunti di riflessione unici.

 Come definiresti il tuo stile di composizione?

Dal mio punto di vista le chiavi del successo di una fragranza stanno nella qualità delle materie prime impiegate e nel conoscerle davvero bene. Quando mi approccio a un nuovo progetto parto sempre dalle materie prime e dalle emozioni che queste suscitano, dalla storia che hanno da raccontare. Per l’esperienza che ho avuto modo di farmi, il tempo speso nella ricerca non è mai sprecato. L’altro aspetto su cui amo concentrami è quello di creare fragranze indossabili nel quotidiano; non amo l’eccessiva originalità, troppo spesso succede che l’estro creativo prevalga sulle emozioni che vogliamo suscitare in chi porta e in chi annusa la fragranza.

 Se tornassi indietro ti iscriveresti ancora ai corsi di Smell Atelier?
Sicuramente sì. Smell Atelier mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con professionisti del “settore olfatto” che arrivano da ogni ambito. Resto sempre sorpresa da come, nonostante con l’olfatto ci lavori, esistano così tante sfaccettature che riguardano questo senso da non riuscire a immaginarle tutte.

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