Le ragioni del cappero

da | 12 Set 2020 | Effetto Proust | 0 commenti

Un viaggio tra odori e memorie
per riconciliarsi con il passato
.

Le memorie olfattive irrompono nel quotidiano portando alla luce i nostri ricordi. Queste memorie vengono continuamente alimentate dal nostro sentire, emotivo e olfattivo, che assegna un significato a ogni odore, anche se non ne siamo consapevoli. È possibile riconfigurarlo, quel significato, o approfondirlo e ritrovare la nostra identità in quella lettura. Per me olfatto vuole dire riconciliazione. Vuole dire “passare attraverso”. Vuole dire ri-vivere.

Scriveva Rousseau: “Gli odori non colpiscono tanto per ciò che danno, quanto per quello che fanno attendere”. Per questo, l’odore del cappero è il primo odore che scelgo di trattare nella mia galleria di memorie olfattive. È stato per me un crocevia identitario, tra il subire le mie origini e accogliere la mia eredità culturale.

Foto di Linosa © Federica Tuccio

Un anno andammo a Linosa in macchina e, al ritorno, viaggiai con al mio fianco una valigia piena di capperi che mio padre aveva deciso di portare a casa a Bologna.
Quando fu notte, appoggiai la testa su quella valigia e ricordo perfettamente l’odore che accompagnò il mio sonno: un odore intenso, penetrante, aromatico, amarognolo. Dopo poco ne fui nauseata.
Quel viaggio ha segnato per me l’odio nei confronti del cappero e della sua pianta. Un po’ meno capperi in valigia e non avrei sofferto cosi.
Ero io di troppo o erano troppi i capperi? 

Probabilmente mio padre mitigava la paura e il dispiacere di separarsi dall’isola portando con se più capperi del dovuto, mentre per me fu decisamente troppo.
D’altra parte io non sapevo ancora bene come le mie origini avrebbero trovato posto dentro di me, e soprattutto in quale misura. Quindi mi limitavo a odiare l’odore e l’aspetto di quel frutto colorato di un verde a mio parere insulso.
Poi, semplicemente, ho smesso di andarci a Linosa.

Quando sono diventata adulta sceglievo mete differenti per l’estate. Allora mi limitavo a osservare il cappero con la coda dell’occhio all’interno di quei vasetti di vetro dentro la credenza. Oppure a osservare mio padre che con molto orgoglio spacciava capperi agli amici, i quali sembravano apprezzarli molto come condimento dell’insalata di pomodori o sulla pizza con le acciughe. Dopo diversi anni che non ci andavo, decisi di tornare a Linosa in compagnia di una cara amica che non c’era mai stata. Lei si innamorò dell’isola e in me ne rivedeva i forti contrasti, il carattere genuino e un po’ selvatico.

Con il suo aiuto decisi di scoprire un po’ per volta che cosa mi era rimasto dentro di quel posto che avevo scelto di non considerare per anni.

Sono passati quattro anni da quel momento e anno dopo anno, ho accolto una parte di Linosa dentro di me, imparando semplicemente a riconoscerla.

0 commenti